Dall’idea al libro… e viceversa!

Vecchio diarioL’idea è quella prima folgorazione che ti prende all’improvviso e che ti fa esclamare “ecco, quasi quasi ci scrivo un libro”. In quel momento ti sembra geniale, tant’è che non vedi l’ora di metterti all’opera. Poi ti siedi davanti al pc e scopri che svilupparla non è poi tanto semplice!

Io mi comporto così molto spesso, ma ho imparato a non mettere mano subito a tutte le idee che mi vengono in mente. In genere mi capita di essere attratta da una situazione che fa capolino nella mia testa, ai bordi della mia immaginazione, e la tengo lì, in stand-by per un po’. Ci ricamo attorno, vedo in che modo potrei svilupparla, sbircio un po’ più a fondo per vedere come sono i personaggi coinvolti, se altri potrebbero aggregarsi. Immagino come andrebbe a finire prima ancora di aver pensato a come avviarla. Talvolta inizio a prendere appunti, abbozzo una scaletta, annoto la descrizione dei protagonisti da arricchire un po’ per volta con nuovi dettagli, perlopiù emotivi e psicologici piuttosto che fisici, anche se so benissimo che aspetto hanno i miei personaggi, tanto che potrei riconoscerli se li incontrassi per strada.

Ho un taccuino nero che mi è capitato di sfogliare di nuovo dopo diversi mesi dall’ultima volta in cui ho appuntato qualcosa, e sono rimasta allibita: ci sono almeno tre idee già ben avviate da cui partire per scrivere altrettanti romanzi. Non ne ho mai iniziato uno. Non ancora perlomeno. Forse comincerò, o forse no… Mi piace pensare che le idee non manchino, che siano lì, già pronte. Un giorno capiterà che la mia anima sia solleticata da una di loro, e allora non dovrò fare altro che afferrare la materia e iniziare a modellarla, naturalmente stravolgendo gran parte dell’idea originale.

Ho iniziato così anche “I talenti delle fate“, edito nel maggio 2013 da Triskell Edizioni: niente più che un idea sbiadita. L’ho sviluppata, l’ho modificata, l’ho elaborata. Alla fine è rimasto ben poco di ciò che avevo in mente quando ho cominciato, ma io adoro quando questo accade, significa che ho seguito a ruota libera i miei pensieri, i miei desideri, le mie emozioni. Scrivere è anche questo: lasciarsi trasportare dal proprio sentire e vedere dove condurrà, mescolando il proprio vissuto con il proprio mondo immaginario. Il risultato potrebbe essere incredibile. O magari no. L’importante è divertirsi nel frattempo e cogliere l’occasione per scoprire angoli meno conosciuti di sé.

Uno dei romanzi che avevo annotato nel mio taccuino ha iniziato a prendere forma pochi mesi fa, poi si è arenato all’inizio del secondo capitolo. Non so perché sia accaduto, credo non fosse ancora maturo. Succede anche questo. Forse non sarà mai finito, o forse sto aspettando che capiti quel qualcosa capace di spingermi nella direzione necessaria. L’arte di scrivere è imprevedibile, proprio per questo mi piace. Mentre aspetto che quel lavoro giunga al punto di maturazione ho rimesso mano a un altro romanzo la cui prima stesura risale ad almeno sei anni fa. Lo sto limando, guarnendo, rimpolpando, lo sto rendendo più simile alla me di adesso, che non è affatto la stessa persona che l’ha cominciato. Quando sarà finito mi rispecchierà molto di più. Poi magari rimarrà lì fermo ancora per qualche tempo… e so che potrei rimetterci mano… e so che sarebbe un altro lavoro, diverso, nuovo. Ancora più simile alla donna che sarò. Non importa che qualcuno lo legga; io saprò di averlo scritto. E nel farlo avrò dato voce a un pezzetto della mia anima. Uno dei tanti.

Antonella Arietano